Terapia ormonale sostitutiva: sì o no?
Introdotta ormai da diversi anni, la terapia ormonale sostitutiva si è dimostrata efficace nel migliorare la qualità di vita della donna quando questa raggiunge la fase della menopausa, ma si discute molto ancora oggi sui suoi possibili effetti, nel senso di un lieve aumento del rischio di tumore della mammella. Cerchiamo allora di fare chiarezza.
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La terapia ormonale sostitutiva (TOS) consiste nella somministrazione di ormoni sessuali femminili (la cui drastica riduzione provoca la menopausa) per prevenire le conseguenze a breve e a lungo termine della carenza di estrogeni, capace in alcuni casi di minare lo stato di salute di numerosi organi e apparati.
Le vie di somministrazione possono essere di diverso tipo, ma due sono quelle più utilizzate:
- via orale: formulazioni semplici da adoperare che assomigliano alla comune pillola anticoncezionale. È una terapia molto utilizzata in pazienti candidate a un periodo di trattamento piuttosto lungo;
- via transdermica: sono oggi disponibili “cerotti” di piccole dimensioni, che possono essere cambiati anche una volta alla settimana, e un gel da spalmare una volta al giorno sull’addome o sulle cosce.
Pur essendosi rivelata molto efficace, è ancora oggi aperta la discussione in merito ai possibili rischi cui la terapia potrebbe esporre le donne, soprattutto per quanto riguarda il tumore al seno. «Una decina di anni fa due studi, uno condotto negli Stati Uniti e uno in Gran Bretagna, hanno fatto molto rumore e creato apprensione sostenendo di aver evidenziato un forte aumento del rischio di tumori della mammella in donne che seguivano la terapia ormonale sostitutiva» spiega il dottor Carlo Maria Stigliano, direttore dell’Unità operativa complessa di Ginecologia preventiva e consultori familiari dell’azienda sanitaria provinciale di Cosenza e segretario amministrativo nazionale della Aogoi, Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani. «Credo che questo abbia danneggiato le donne, poiché purtroppo, in seguito a questi studi, soprattutto in Europa, e in Italia in particolare, il ricorso alla terapia si è fermato. Dico purtroppo» prosegue «perché in seguito, ad un esame più attento, questi due studi si sono rivelati inaffidabili. Innanzitutto, per quanto riguarda la ricerca americana, aveva come riferimento un uso indiscriminato degli estrogeni che mai in Europa si era verificato, per di più il tipo di ormoni utilizzato era ormai superato. Per quanto concerne invece lo studio inglese» aggiunge il dottor Stigliano «non può davvero essere considerato scientificamente fondato, perché eseguito senza una selezione rigorosa delle partecipanti e senza alcun confronto con un gruppo di controllo, ma semplicemente distribuendo veloci questionari alle donne che attendevano di eseguire la mammografia».
Quali sono quindi i rischi della terapia ormonale sostitutiva? «Alle luce dei più recenti studi» dichiara il dottor Stigliano «si può affermare che fino a 5 anni di cura continuativa non esistono rischi, anzi vi è un aspetto protettivo nei confronti del tumore alla mammella. Mentre dopo i 5 anni è stata segnalata solo una piccola percentuale di rischio di tumore al seno. Naturalmente, prima di prescrivere gli estrogeni, il medico sottopone la propria paziente ad accertamenti come mammografia, esami del sangue, ed altri esami di natura ginecologica per escludere eventuali controindicazioni».
Un’alternativa naturale
Anche se la sua efficacia è ancora in fase di verifica, esiste un’alternativa naturale agli estrogeni: i fitoestrogeni. Il termine significa letteralmente “estrogeni delle piante”. In realtà non si tratta di veri e propri ormoni vegetali, ma prevalentemente di sostanze derivate dalla soia (gli isoflavoidi) così chiamate proprio perché hanno effetti simili agli estrogeni, anche se notevolmente più blandi. L’idea che possano aiutare a ridurre i disturbi connessi alla menopausa è stata formulata osservando la ridotta manifestazione di disagi legati al climaterio nelle donne cinesi, grandi consumatrici di soia, rispetto alle donne occidentali. Anche altre sostanze estratte da piante comuni hanno dimostrato effetti simili a quelli degli isoflavoni, va tuttavia sottolineato che, essendo la vera causa dei disturbi la carenza di ormoni femminili, questi prodotti non sono in grado di competere con la terapia ormonale sostitutiva, l’unica capace di “riportare indietro” l’orologio biologico della donna, ripristinando il benessere degli anni della fertilità.
Cecilia Lulli
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