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Curare meglio i tumori al seno triplo negativi

Rappresentando quasi il 15% dei tumori al seno, i tumori cosiddetti “triplo negativi” sono tumori molto aggressivi di fronte ai quali le armi terapeutiche a disposizione sono poche. In questo campo, tuttavia, si stanno esplorando numerose strade di ricerca. Testimone e protagonista di questo dinamismo, il Prof. Roman Rouzier, direttore medico del polo di senologia dell’Institut Curie, risponde alle nostre domande.

Cure del tumore al seno triplo negativo
© Getty Images

Cosa si intende con tumore al seno “triplo negativo”?

Prof. Roman Rouzier: A partire dalla diagnosi di tumore al seno, i tumori vengono analizzati e classificati in base a certe caratteristiche che guideranno la presa in carico. Da una parte, si distinguono i tumori che si sviluppano dalle cellule dei dotti (adenocarcinomi duttali – quasi l’85% dei casi), dall’altra quelli che si originano nei lobuli (adenocarcinomi lobulari).

Oltre a questa distinzione morfologica, viene redatta una carta d’identità più precisa del tumore. Lo scopo è identificarne lo stato in recettori di estrogeni e di progesterone e la sovra-espressione del recettore HER-2. In base ai risultati, i farmaci utilizzati colpiranno appunto questi recettori: rispettivamente l’ormonoterapia e le terapie che colpiscono il recettore HER2 (di cui il più noto è l’Herceptin®).

Quando non è presente nessuno di questi recettori (né estrogeno, né progesterone, né HER2), si parla di tumori al seno “triplo negativi”. Questi rappresentano il 15% circa dei casi di tumore al seno, ma la proporzione può variare in base all’età e alla predisposizione genetica.

Qual è la particolarità di questi tumori?

Prof. Roman Rouzier: Questi tumori colpiscono più frequentemente donne giovani e possono essere legati a predisposizioni genetiche (in particolare alle mutazioni del gene BRCA1). L’identificazione di questi tumori in pazienti giovani può eventualmente portarci a fare indagini genetiche a livello familiare.

Il cancro al seno triplo negativo comporta un rischio maggiore di metastasi (diffusione delle cellule cancerose verso altri organi) e una prognosi più sfavorevole rispetto agli altri sottotipi di tumore al seno. In confronto agli altri tumori al seno, le metastasi riguardano più spesso il fegato e il polmone per via della loro diffusione più ematologica che linfatica (cioè si diffondono più attraverso la circolazione sanguigna che attraverso il sistema linfatico).

Questo tipo di cancro più aggressivo è meno facilmente individuabile tramite la diagnosi generica che esorta a eseguire una mammografia ogni due anni a partire dai 50 anni. Sviluppandosi rapidamente, si tratta spesso di un cancro detto d’intervallo (che compare tra due screening di controllo), o di un tumore che si sviluppa in donne giovani.

Qual è la cura per questi tumori?

Prof. Roman Rouzier: Si fa ricorso alle chemioterapie “classiche”, perché questi tumori sono “chemiosensibili” e a volte “chemiocurabili”. Il che significa che rispondono alla chemioterapia; ma, essendo molto instabili sul piano genetico, dopo un po’ di tempo trovano dei modi per resistere a questi composti.

La maggior parte delle volte questi tumori vengono scoperti quando hanno già raggiunto dimensioni importanti. Così, spesso si fa ricorso a una chemioterapia adiuvante, ovvero una chemioterapia somministrata per 6-8 cicli prima dell’intervento chirurgico, allo scopo di ridurre le dimensioni del tumore e permettere così un trattamento conservativo. In qualche caso, il tumore viene completamente sradicato attraverso la chemioterapia adiuvante, il che è di buon auspicio ed esorta a privilegiare questa sequenza terapeutica per ragioni biologiche.

La prognosi di questo trattamento dipende dalle dimensioni del tumore e dalla presenza o meno di metastasi. In questo tipo di tumori le recidive compaiono quasi esclusivamente durante i 5 anni dopo l’intervento chirurgico. Se non vi sono ricadute durante questo periodo, la paziente si può considerare guarita.

Quali sono le strade di ricerca per questo tipo di tumori al seno?

Prof. Roman Rouzier: Per queste donne è fondamentale che la ricerca riesca a identificare nuovi bersagli terapeutici e quindi nuovi farmaci. Sono stati condotti due esperimenti in fase III (teoricamente l’ultimo stadio della ricerca che mira a dimostrare l’efficacia del prodotto): uno con un antiangiogenico già utilizzato per diversi tipi di tumori, il bevacizumab (Avastin ©)1, e l’altro con un composto, che promette una nuova classe terapeutica, un anti-PARP12. Questi due esperimenti, però, hanno dato risultati negativi… È possibile che i tumori triplo negativi siano più eterogenei del previsto, il che spiegherebbe tali risultati.

Attualmente sono in corso molti studi, soprattutto esperimenti di fase I e II (stadi preliminari che hanno l’obiettivo di valutare la tolleranza e la dose del prodotto, e non la sua efficacia terapeutica). La ricerca legata agli anti-Parp3 non è stata abbandonata e si stanno esplorando anche altre strade: inibitori dell’autofagia come la clorochina (un vecchio antimalarico)4, anticancerogeni inizialmente sviluppati per le leucemie mieloidi croniche, (Glivec ®)5… e anche esperimenti di vaccini terapeutici6… Questi lavori in corso testimoniano il dinamismo della scienza in questo campo. Spesso le pazienti vengono orientate verso esperimenti terapeutici, partecipando così alla ricerca di questi nuovi composti.

Si attendono inoltre ulteriori progressi riguardo all’identificazione di nuovi bersagli terapeutici, il controllo delle pazienti, la valutazione delle terapie (soprattutto attraverso le cellule tumorali circolanti – si parla di biopsia liquida).

 

Intervista di David Bême

Fonti

1 - Adjuvant bevacizumab-containing therapy in triple-negative breast cancer (BEATRICE): primary results of a randomised, phase 3 trial. - Lancet Oncol. 2013 Sep;14(10):933-42. doi: 10.1016/S1470-2045(13)70335-8. Epub 2013 Aug 7. (riassunto accessibile online)

2 - A randomized phase III study of iniparib (BSI-201) in combination with gemcitabine/carboplatin (G/C) in metastatic triple-negative breast cancer (TNBC). - O’Shaughnessy J et al., ASCO 2011 abstr. 1007 (riassunto accessibile online)

3 – Questi composti agiranno sul sistema di riparazione del DNA delle cellule tumorali già colpito da alterazioni dei geni BRCA, il che provoca un’instabilità genetica che conduce alla morte della cellula cancerosa. Per semplificare: le cellule cancerose che presentano un’alterazione dei geni BRCA non possono supportare un nuovo attacco al loro sistema di riparazione da parte di un anti-parp, mentre le cellule normali possono affrontarlo. – Per saperne di più: Inhibiteurs de la PARP: nouvelle arme thérapeutique pour les cancers du sein et de l’ovaire - Rev Med Suisse 2011;7:1137-1140 (accessibile online)

4 – Anche in questo caso, si tratta di indebolire il sistema di riparazione e di sopravvivenza di cui si serve la cellula cancerosa per resistere alle variazioni del loro microambiente (ipossia, carenza nutrizionale…). Per saperne di più, “L’autophagie: un nouveau concept en cancérologie - Bulletin du Cancer. Volume 95, Numéro 1, 43-50, janvier 2008, synthèse” (articolo accessibile online)

5 – Pista suggerita durante la conferenza stampa della Fondazione ARC per la ricerca sul cancro, 9 ottobre 2012, in presenza di Anne-Vincent Salomon, medico e ricercatrice dell’Institut Curie. 

6 – Maggiori informazioni sul sito della società impegnata nella ricerca Antigen Express Inc.

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08/01/2014

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