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Cancro del collo dell’utero: dalla diagnosi alla terapia

Pap-test, colposcopia, conizzazione… Dalla diagnosi al trattamento, il percorso terapeutico delle lesioni e del cancro del collo dell’utero nasconde numerosi termini inusuali che ci proponiamo di spiegarti. Panoramica sul percorso terapeutico.

La terapia per il cancro al collo dell'utero
© Getty Images

Quasi tutti i casi di cancro del collo dell’utero sono dovuti all’infezione causata dal virus papilloma virus. Molto spesso l’organismo elimina spontaneamente questi virus, ma a volte l’infezione persiste. Delle lesioni a livello del collo dell’utero provocano anomalie delle cellule su una zona privilegiata e vulnerabile: la zona di trasformazione. Le cellule infette subiscono, quindi, dei cambiamenti morfologici che vengono rilevati effettuando un pap-test. Si tratta di anomalie che possono potenzialmente progredire in un cancro.

Dal pap-test alla diagnosi

Se il pap-test risulta anomalo può essere effettuata una colposcopia. Questo esame del collo dell’utero, eseguito con una lente di ingrandimento, permette di visualizzare le lesioni sotto forma di “macchie” che possono, quindi, essere prelevate. Grazie a queste biopsie è possibile precisare la natura esatta delle lesioni.

• Lesione di basso grado chiamata condiloma piano – displasia lieve o CIN di grado 1;

• Lesione di alto grado chiamata displasia moderata o severa o CIN di grado 2 o 3;

• A volte vengono rilevate anomalie non specifiche delle cellule. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di anomalie di reazione che non sono sottese a una vera e propria lesione. Queste anomalie sono anche dette ASCUS (cellule atipiche di significato non determinato).

Queste lesioni sono considerate a livelli diversi come anomalie a rischio di cancro. Se non vengono rilevate, possono favorire l’insorgenza del cancro del collo dell’utero in un arco di tempo relativamente lungo.

Il trattamento delle lesioni indotte dagli HPV

Quando si parla di trattamento si preferisce non parlare di infezione da papilloma virus, ma di lesione indotta dai papilloma virus. Infatti, non esiste ancora un trattamento per l’infezione latente. Il percorso terapeutico ha come bersaglio le conseguenze e gli effetti del virus sulla mucosa, ovvero le lesioni indotte dal virus.

• Quando si tratta di condilomi acuminati (vegetazione venerea o creste di gallo), si ricorre a stimolatori dell’immunità locale sotto forma di creme e di farmaci che distruggono le lesioni. Se le lesioni sono particolarmente estese o situate in diverse zone (ano, vagina, collo dell’utero, vulva) si può procedere a un intervento distruttivo con il laser, tecnica che permette di trattare tutte le anomalie in una volta sola. Questo intervento viene svolto in sala operatoria sotto anestesia. Il trattamento dei condilomi acuminati con metodi chimici o chirurgici permette di ottenere buoni risultati sul piano della cicatrizzazione e a livello estetico. La piena riuscita del percorso terapeutico dipende dalla sede dei condilomi, dalla loro estensione e dal profilo immunitario della paziente.

• In caso di displasia lieve (CIN), il trattamento non è sempre necessario poiché queste lesioni possono sparire spontaneamente nel giro di qualche mese. Se per motivi personali la paziente desidera ricevere un trattamento, queste lesioni, se situate all’esterno del collo dell’utero, vengono distrutte tramite vaporizzazione o laser. La riuscita di questo trattamento rientra nell’ordine dell’85-90%. Questa semplice pratica viene svolta in ambulatorio con o senza anestesia locale;

• Quando la paziente presenta un pap-test che suggerisce una lesione precancerosa (CIN2-3). Il trattamento consiste nell’asportare la lesione. Non richiedendo un ricovero prolungato, questa semplice procedura praticata sotto anestesia locale permette di debellare definitivamente le lesioni nel 95% dei casi. Il volume del collo dell’utero viene generalmente conservato, non compromettendo, quindi, la fertilità o le future gravidanze delle giovani donne.

Ognuno di questi trattamenti è seguito da un follow-up post-terapeutico volto ad accertare la scomparsa del virus o la sua non evoluzione. Il follow-up prevede essenzialmente l’esecuzione di pap-test e colposcopie di controllo. Il test HPV dovrebbe essere inserito a breve in questo tipo di follow-up.

Trattamento del cancro

Il numero di casi di cancro del collo dell’utero continua a diminuire da circa 20 anni. Si contano tuttavia ancora più di 3.000 nuovi casi l’anno. In occasione del congresso Eurogin 2003, il Professor Joseph Monsonego aveva stimato che circa il 65% delle donne non si era mai sottoposta a visite di screening e che il 30-35% era stata rassicurata da pap-test falsamente etichettati come normali.

Di conseguenza, quando viene stabilita la diagnosi, viene realizzato un bilancio di estensione del cancro. Questo guiderà il trattamento, che prevede essenzialmente un intervento chirurgico e la radioterapia. In alcuni casi questo regime terapeutico può essere completato da chemioterapia. 

La radioterapia può essere prescritta sotto forma di curieterapia uterovaginale. Questa tecnica si basa sul posizionamento di una fonte radioattiva a contatto diretto con il tumore nella cavità uterina e nella vagina. Questa operazione viene eseguita in anestesia totale.

Se il cancro è confinato al collo dell’utero, l’intervento nelle giovani donne che desiderano avere figli può essere limitato a una semplice conizzazione (o amputazione del collo dell’utero) sotto attento monitoraggio. Nelle donne più anziane si procede all’ablazione dell’utero (isterectomia totale).

Nelle forme più avanzate, il percorso terapeutico può richiedere un intervento chirurgico più importante, eventualmente associato a radioterapia esterna della zona pelvica.

David Bême

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28/02/2013

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