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Il cancro al collo dell'utero
 
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Verso uno screening più efficace del cancro del collo dell’utero

Si ritiene che circa il 90% dei decessi provocati dal cancro del collo dell’utero potrebbe essere evitato grazie a uno screening regolare. Infatti, questo tipo di cancro si sviluppa in modo progressivo da lesioni dette precancerose. Alcune sono causate da diversi tipi di virus appartenenti alla famiglia dei papilloma virus umani (HPV) e in particolare dal tipo 16 (HPV16). È su questa lunga fase precancerosa che si basa la prevenzione tramite pap-test sistematici che permettono di rilevare e trattare precocemente le lesioni sospette.

Lo screening per il cancro al collo dell'utero
© Getty Images

La ricerca dell’HPV cancerogeno sui pap-test permette di rendere lo screening più efficace, limitando gli esami più approfonditi solo alle donne che hanno contratto il virus. Infatti, il rischio di sviluppare un cancro è praticamente nullo nelle donne non infette. L’efficacia di questa strategia è stata dimostrata in diversi paesi e numerosi specialisti sostengono che debba essere adottata dal Ministero della Sanità francese. Tuttavia, questo screening prevede ancora svariati esami inutili, poiché la presenza dell’HPV16 non equivale necessariamente a un rischio elevato di cancro. Circa il 20-30% delle donne di età inferiore ai 25 anni e il 10% delle donne di età superiore ai 30 anni sviluppano un’infezione da HPV. Tuttavia, la maggior parte di loro eliminerà il virus senza riportare lesioni; solo le infezioni persistenti, infatti, sono pericolose. Ciò spiega il motivo per cui meno dell’1% delle giovani donne a cui è stato rilevato il papilloma virus cancerogeno sviluppa un cancro del collo dell’utero.

Rilevare la carica virale

Due studi pubblicati nello stesso numero del Lancet indicano che sarebbe possibile realizzare uno screening più efficace quantificando la carica virale, vale a dire la quantità di virus presente nel pap-test. Nel primo studio, gli autori hanno esaminato le cartelle cliniche di alcune pazienti che si sono sottoposte a un intervento per un cancro del collo dell’utero e hanno ritrovato i primi pap-test che erano stati effettuati. Grazie alle tecniche moderne, sono riusciti a misurare la quantità dell’HPV16 contenuto in quei pap-test, quando all’epoca nessuna anomalia era ancora rilevabile, e hanno confrontato i risultati con quelli raccolti in donne non affette da cancro.

 

I risultati sono chiari: il rischio di cancro è maggiore con l’aumento della quantità di virus rilevato nei pap-test ed è moltiplicato per 60 nelle donne con la carica virale maggiore rispetto alle donne negative per l’HPV16. Nel secondo studio, la carica virale è stata misurata sui pap-test realizzati regolarmente prima dell’insorgenza del cancro. Le donne che presentavano una carica virale elevata prima dei 25 anni, in un caso su quattro, hanno sviluppato un cancro del collo dell’utero nei 15 anni successivi.

 

Per quanto incoraggianti, questi risultati sono ancora eccessivamente preliminari per essere applicati nell’ambito di uno screening sistematico. Infatti, resta da capire come mai se in tutti i casi di cancro del collo dell’utero è possibile rilevare un genotipo HPV, solo il 40-60% è imputabile all’HPV16 e non ad altri. Ma in teoria niente esclude che le stesse percentuali possano essere applicate ad altri HPV cancerogeni.

 

Dr.ssa Chantal Guéniot

 

*Lancet 2000; 355:2189-2193 e 2194-2198

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28/02/2013

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