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Il papillomavirus e il cancro al collo dell'utero

Circa il 75% delle donne italiane si sottopone regolarmente a una visita ginecologica. E sei milioni di pap-test permettono di rilevare il papilloma virus, virus direttamente correlato al cancro del collo uterino. È possibile apportare miglioramenti a questo screening?

Caccia aperta al papillomavirus
© Getty Images

Con circa 1.500 decessi l’anno in Italia, il cancro del collo dell’utero rappresenta un’importante causa di mortalità per cancro. All’origine del suo sviluppo, alcune lesioni precancerose dovute a virus appartenenti alla famiglia dei papilloma virus (HPV). Anche se grazie al pap-test è possibile realizzare un vero e proprio screening, secondo un’équipe francese la valutazione del rischio cancerogeno potrebbe essere migliorata grazie all’identificazione più precisa del virus.

L’HPV presente nel 99,8% dei casi di cancro al collo dell’utero

Sebbene i papilloma virus siano presenti nel 99,8% dei casi di cancro al collo dell’utero, questi virus sono una causa necessaria, ma non sufficiente. Intervengono anche altri fattori, quali la precocità dei rapporti sessuali, la molteplicità dei partner, il tabagismo, la carenza di vitamine o ormoni e altre infezioni sessualmente trasmissibili (IST) associate.

Uno studio pubblicato nel giugno del 2001 nel British Journal of Cancer (1) effettuato su 7.932 donne ha dimostrato che il 15,3% della popolazione in studio era portatrice dell’HPV ad alto rischio (Human Papilloma Virus). Questa malattia sessualmente trasmissibile è relativamente frequente e coinvolge poco più del 20% delle donne di età inferiore ai 30 anni, diminuendo progressivamente fino a raggiungere meno del 10% dopo i 60 anni.

In totale, un massimo del 3% delle donne portatrici di HPV svilupperà un cancro. Questa percentuale molto bassa si spiega per il fatto che il 60-80% delle infezioni è transitoria, con una durata media di 8-14 mesi. Solo le infezioni persistenti favoriscono lo sviluppo di displasie e possono sfociare in cancro.

Affinare la diagnosi grazie alla classificazione degli HPV

Il numero di “falsi negativi” prodotti dai pap-test è relativamente elevato dal momento che si contano errori in non meno del 15% degli esami (alcuni studi ipotizzano anche il 50%). Pertanto, questi esami possono erroneamente rassicurare donne a rischio.

Eppure è solo durante la lunga fase precancerosa che la prevenzione tramite pap-test sistematici permette di trattare precocemente le lesioni sospette. Un’équipe di scienziati francesi sostiene che il pap-test debba essere associato a una quantificazione della carica virale (ovvero, la quantità di virus presente nel pap-test) e a un’identificazione più precisa del tipo di virus.

Infatti, si contano più di 120 genotipi HPV diversi, i cui rischi legati al cancro del collo dell’utero variano considerevolmente. Gli HPV 16, 18, 45 o 46 sono ad alto rischio cancerogeno, mentre gli HPV 6, 11 o 42 sono responsabili solo delle lesioni benigne.

I metodi per il rilevamento

Recentemente le tecniche per il rilevamento degli HPV sono state notevolmente affinate. Un primo test HPV viene attualmente commercializzato dal laboratorio Digene.

Questo permette di rilevare 13 HPV cancerogeni principali dal prelievo delle cellule cervicali. L’Agence Française de sécurité sanitaire des produits de santé (Afssaps) – Agenzia francese per la sicurezza dei prodotti sanitari – ha autorizzato il test e ha ottenuto che le spese per effettuarlo vengano rimborsate se il pap-test risulta equivoco, vale a dire quando l’esame citologico non permette un’interpretazione chiara.

In pratica, le cellule raccolte grazie a un piccolo spazzolino ginecologico (cytobrush) vengono immerse in un liquido di conservazione che viene poi inviato al laboratorio analisi (2).

Grazie a questo modus operandi, il numero di falsi negativi potrebbe essere notevolmente ridotto.

Verso una messa in discussione delle pratiche?

Finora, i metodi di screening del cancro del collo dell’utero prevedevano un pap-test seguito da colposcopia (esame del collo dell’utero grazie a un microscopio binoculare). Con il rilevamento degli HPV ad alto rischio cancerogeno, potrebbe cambiare il modo di effettuare lo screening della malattia.

Eseguito oggi solo in alcuni centri (principalmente ospedali universitari), il test HPV potrà essere inserito nella pratica medica attuale se si supereranno alcuni ostacoli, quali: integrazione nella pratica medica, rimborso previsto per il test e informazioni adeguate per i pazienti per ridimensionare l’infezione da HPV. In questo momento, in Europa si sta discutendo della gestione dei pap-test in fase liquida e dei test HPV.

Mathieu Ozanam

1 - British Journal of Cancer, Vol. 84, No. 12, giugno 1, 20012
2 - Il test HPV può essere effettuato anche sullo stesso prelievo del pap-test abituale purché venga effettuato su determinate soluzioni di fase liquida, valide per la biologia molecolare.

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28/02/2013

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