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Un vaccino contro l’AIDS: l'intervista

All'inizio del 2013, nell'ospedale di Marsiglia ha annunciato l’avvio dei test clinici di un vaccino terapeutico contro l’HIV. Concretizzando i lavori del Dottor Loret, questi test saranno supervisionati dalla Dottoressa Ravaux, del reparto malattie infettive dell’ospedale della Concezione. La Dottoressa spiega nel dettaglio a Doctissimo le speranze per questo vaccino terapeutico "Tat Oyi".

Il vaccino contro l’AIDS
© Getty Images

Doctissimo: Qual è il principio del vaccino che state per testare?

Dott.ssa Ravaux: Nelle persone contagiate abbiamo osservato la presenza di una proteina Tat prodotta dall’HIV. Questa proteina interviene nei meccanismi di riproduzione del virus, ma anche a livello extracellulare, “ingannando” il sistema immunitario. Da un lato impedisce alle cellule assassine di lanciarsi all’attacco dell’HIV, dall’altra agisce sui linfociti B riducendo la produzione di anticorpi contro l’HIV.

Neutralizzando la proteina Tat in una persona sieropositiva, si spera quindi di ripristinare e bloccare lo sviluppo della malattia. Per fare ciò, occorre riuscire ad attivare una sufficiente produzione di anticorpi anti-Tat.

Doctissimo: Come riuscire a indurre questa risposta immunitaria?

Dott.ssa Ravaux: La scelta del candidato vaccino è il frutto del lavoro di Erwann Loret, ricercatore al CNRS. All’interno di un gruppo di pazienti africani che non avevano sviluppato la malattia (pazienti chiamati HIV controllers), nel 1996 scoprì che l’unica anomalia del virus chiamata Oyi era la sua proteina Tat. In questi pazienti non era funzionale e offriva loro una certa protezione rispetto all’HIV.

L’idea di utilizzare questa proteina “Tat Oty” come candidato vaccino si è imposta naturalmente. La stessa équipe è riuscita a sintetizzarla. Il vaccino “Tat Oty” ha dimostrato una buona efficacia sia in esperimenti in vitro che in esperimenti in vivo sugli animali (soprattutto nei macachi), i cui risultati sono diventati oggetto di pubblicazione da parte di alcune famose riviste scientifiche. La fase successiva è la sperimentazione nell’uomo, per la quale abbiamo ricevuto il via libera dell’Agenzia nazionale per la sicurezza del farmaco (ANSM) il 24 gennaio 2013.

Doctissimo: Come si svolgeranno i test clinici per questo vaccino?

Dott.ssa Ravaux: I test clinici si svolgeranno presso il Centro d’indagine clinica (CIC) pluritematica 9502 dell’AP-HM. Il nostro protocollo di ricerca biomedica EVA TAT si dividerà in due fasi.

In un primo tempo, 48 pazienti curati con triterapia con carica virale non individuabile saranno ripartiti 4 gruppi. Tre di essi riceveranno una dose Tat Oyi diversa per ogni gruppo. L’ultimo gruppo riceverà un placebo. La vaccinazione consiste in tre iniezioni intradermiche a intervalli di un mese (sulla superficie della pelle senza penetrare il tessuto muscolare o vascolare). Il trattamento verrà poi interrotto per due mesi per valutare il tempo durante il quale la carica virale resta non individuabile nei pazienti. Il reclutamento dei pazienti inizierà a febbraio 2013. Questi test di fase I/IIa hanno lo scopo di validare il principio di questo tipo di vaccinazione (conduce cioè alla produzione di anticorpi anti-TAT?), di verificare l’innocuità di queste iniezioni transdermiche nell’uomo e di validare la dose ottimale, quella che induce la risposta immunitaria migliore. I risultati di questa fase saranno completati a dicembre 2013.

In caso di successo (allungamento del tempo di controllo della carica virale statisticamente significativo senza trattamento), da gennaio 2014 80 pazienti saranno reclutati per la fase IIb, che dovrà dimostrare l’efficacia del vaccino. Metà dei pazienti riceverà la dose ottimale del vaccino e l’altra metà un placebo. I risultati saranno analizzati a marzo 2015 e dovrebbero essere pubblicati attorno al mese di giugno 2015.

Tutti questi test saranno eseguiti “in doppio cieco”, vale a dire che né il medico referente né il paziente sapranno se la siringa conterrà il vaccino o il placebo (si tratta del metodo che consente di garantire i risultati dei test scartando gli effetti psicologici dell’iniezione).

Doctissimo: Quali benefici ci si aspetta di ottenere questo vaccino terapeutico?

Dott.ssa Ravaux: Il beneficio più scontato che ci si aspetta da questo vaccino è quello di trovare un’alternativa alla triterapia, non priva di effetti secondari… o almeno di poterne fare a meno per un certo periodo di tempo.

Sappiamo che nei prossimi 20 anni faremo fatica a disporre di nuove classi di antiretrovirali (si migliora la praticità di assunzione del trattamento, soprattutto riducendo il numero di compresse, ma oggi i laboratori investono meno nella ricerca sull’aids. È dunque importante trovare nuove strategie per sconfiggere l’HIV in grado di sviluppare resistenze ai trattamenti.

Un giorno, forse, una combinazione di vaccini potrebbe far sospendere le triterapie e agire sui serbatoi di virus (quei punti in cui il virus si trova al riparo dagli attuali trattamenti).

Doctissimo: Dopo anni di false speranze, i vaccini (in particolare i vaccini terapeutici) sembrano conoscere un nuovo slancio. Come si spiega?

Dott.ssa Ravaux: I vaccini terapeutici mirano oggi a stimolare o a “educare” il sistema immunitario affinché lotti contro l’HIV. La strategia non consiste più nel bersagliare proteine di superficie del virus, che oggi sappiamo essere troppo mutevoli per indurre una risposta immunitaria efficace. Gli ultimi risultati incoraggianti riguardo ai vaccini terapeutici esplorano questa via, così come l’unico caso di guarigione noto di un paziente sieropositivo. Per questo bisogna riuscire a scoprire “la cosa” che i due tipi di virus dell’aids (l’HIV-1 e l’HIV-2) conservano maggiormente, il bersaglio che non muterà facilmente. Lo scopo è quello di ottenere una risposta immunitaria efficace e duratura. È la speranza che riponiamo nella proteina Tat.

Doctissimo: In che modo sono state finanziate le ricerche?

Dott.ssa Ravaux: Le fasi fondamentali di ricerca sono state finanziate dall’Agenzia nazionale di ricerca contro l’aids (ANRS). In seguito è stato deposto un protocollo di ricerca presso l’agenzia, che non l’aveva ritenuto prioritario.

Per finanziare le ricerche è stato dunque necessario effettuare una raccolta fondi, è in questo senso che è stata creata la società di biotecnologia BIOSANTECH. Si tratta di fondi privati, ma questa ricerca non avrebbe potuto essere realizzata senza il sostegno di enti pubblici: l’università di Aix-Marseille e il CNRS, per esempio, che hanno consentito al dott. Loret di proseguire le sue ricerche, e l’Assistance Publique – Hôpitaux de Marseille e la SATT Sud Est, che consentiranno la realizzazione dei test clinici.

David Bême

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12/03/2013

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