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Morbo di Parkinson: i numeri della crescita annuale

Malattia neurologica progressiva e degenerativa, il morbo di Parkinson è caratterizzato da sintomi motori, come lentezza, difficoltà di movimento, tremori, equilibrio instabile e rigidità. È la conseguenza della degenerazione delle cellule nervose che producono la dopamina, un neurotrasmettitore indispensabile per controllare i movimenti e la coordinazione del corpo. In Italia, sono 250.000 le persone colpite da questa malattia, e si contano da 8.000 a 12.000 nuovi casi all’anno. L'incidenza aumenta con il progredire dell’età.

Parkinson: sempre più nuovi casi
© Getty Images

Il trattamento di riferimento si fonda su farmaci antiparkinsoniani per via orale (levodopa, agonisti della dopamina…), che fanno aumentare la quantità di dopamina nel cervello e stimolano le regioni di quest’organo sulle quali ha effetto il suddetto neurotrasmettitore. All’inizio della malattia, i pazienti curati vedono scomparire i loro sintomi e si parla di "luna di miele". Ma questa fase non dura per sempre: dopo 4-6 anni, si ha un periodo intermedio caratterizzato dalla ricomparsa dei disturbi motori e/o delle discinesie (movimenti anormali), che è la manifestazione di una fluttuazione dell’effetto benefico delle cure. È in questo periodo che possono essere presi in considerazione altri trattamenti, come la stimolazione cerebrale profonda. Si stima che ne traggano benefici da 400 a 500 pazienti ogni anno.

La stimolazione cerebrale profonda: la rivoluzione francese

All’inizio degli anni Novanta, l'équipe dei professori Benabid e Pollak del CHU di Grenoble agisce su, e addirittura sopprime, i tremori dei pazienti parkinsoniani. "La neurostimolazione imita gli effetti della levodopa ma in modo continuo, evitando quindi le fluttuazioni  legate all’assunzione di farmaci. Ciò permette di alleggerire il trattamento farmacologico e di ridurre i movimenti anormali", precisa il Prof. Michael Schüpbach, neurologo presso l'Istituto del Cervello e del Midollo Spinale (Ospedale Pitié-Salpêtrière) di Parigi. Va notato che questa tecnica migliora unicamente i disturbi legati ai deficit di dopamina (negli stadi molto avanzati compaiono altri sintomi neurologici, come le demenze, le psicosi o i disturbi della deglutizione e della continenza urinaria…).

Non adatta a tutti, questa tecnica è finora indicata durante il periodo intermedio a uno stadio avanzato - come "ultima risorsa" – quando i pazienti sono notevolmente menomati con movimenti incontrollati e soffrono della malattia da oltre 12-15 anni. Tuttavia, oggi, la pubblicazione dello studio EARLYSTIM suggerisce che la stimolazione cerebrale profonda potrebbe essere presa in considerazione a uno stadio più precoce della malattia, tra i 4 e i 10 anni dopo il suo insorgere.

Un'efficacia dimostrata negli stadi più precoci del Parkinson

Pubblicato nel prestigioso New England Journal of Medicine, lo studio ha incluso 251 pazienti di meno di 60 anni che soffrivano del morbo di Parkinson da una media di 7 anni, con disturbi motori da quasi 1 anno e mezzo. Tutti in cura da circa 6 anni in media, sono stati suddivisi in 2 gruppi: i primi trattati unicamente con farmaci, i secondi con stimolazione cerebrale profonda e farmaci.

Dopo 2 anni di controlli periodici, i medici hanno constatato, nei pazienti operati, un miglioramento della qualità della vita del 26% (-1% nei pazienti in cura farmacologica), delle capacità motorie del 53% (contro il +4%), dell’attività quotidiana del 30% (contro il -12%), nonché un minore ricorso ai farmaci e un numero meno consistente di movimenti anormali… In quei pazienti vi sono stati, inoltre, miglioramenti di altri aspetti, come l’umore e l’adattamento psicosociale. Nel complesso, anche gli effetti secondari sono numerosi nei 2 gruppi. "Quando compaiono le complicazioni motorie, i risultati della stimolazione cerebrale profonda sono migliori rispetto a quelli del trattamento farmacologico", conclude il Prof. Michael Schüpbach. Tali risultati dovrebbero indurre l’assistenza sanitaria a rivedere le condizioni di rimborso di questa tecnica per estenderla a fasi più precoci per pazienti più giovani. Ma con quali tempistiche?

Il futuro della stimolazione cerebrale profonda

Rimanendo molto prudenti, i responsabili dello studio non premono per un ampliamento massiccio di questa pratica. Da una parte, i rigorosi criteri di inclusione restano di attualità (unicamente disturbi legati al deficit di dopamina, nessuna controindicazione medica alla chirurgia, nessuna depressione maggiore…) e i risultati di questo studio si riferiscono ai pazienti di meno di 60 anni (altre indagini dovranno dimostrare se si ottengono gli stessi benefici in pazienti più anziani); dall’altra parte, questo inserimento deve essere effettuato da un’équipe specializzata. 
In Italia, la stimolazione cerebrale profonda viene praticata in 50 centri di riferimento. E la lista dei pazienti in attesa è giù lunga… Domani come si potrà far fronte ai futuri candidati più giovani interessati a questa terapia chirurgica? Quanti saranno? Quali criteri prioritari di selezione verranno attuati?... Tutte domande oggi senza risposta.

David Bême

Fonti
- Conferenza stampa Medtronic – 13 febbraio 2013
- Neurostimulation for Parkinson's Disease with Early Motor Complications (Neurostimolazione per il morbo di Parkinson con complicanze motorie precoci) - N Engl J Med 2013; 368:610-622, 14 febbraio 2013 (abstract disponibile online).

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04/04/2013

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