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I trattamenti dell'epatite C

Solo una parte dei malati usufruisce di una presa in carico farmacologica: sono i pazienti adulti affetti da un'epatite C cronica rilevata attraverso diversi test di indagine diagnostica. Ma l'indicazione del trattamento dipende dal risultato della puntura epatica, che consiste nel prelievo di una piccola porzione di tessuto del fegato tramite biopsia.

I trattamenti dell'epatite C
© Getty Images

Non tutti i pazienti affetti da epatite C vengono curati. Poiché la biopsia del fegato permette di valutare l'entità del danno provocato a questo organo, è solo a partire da un determinato grado di fibrosi (malattia del fegato) che si considera di sottoporre i pazienti al trattamento. In caso di dipendenza da droghe o da alcol, la disintossicazione è auspicabile.

I trattamenti antivirali

Il trattamento di riferimento che permette di combattere l'epatite associa due farmaci: l'interferone pugilato e la ribavirina. Si tratta quindi di una biterapia, la cui durata va da sei mesi a un anno.

  • L'interferone PEG o pugilato (alfa-2a o 2b) appartiene a una famiglia di composti naturalmente prodotti dall'organismo per far fronte ad aggressioni virali. Il farmaco, tuttavia, è prodotto da una sintesi chimica e non deriva da un organismo vivente. Combinando le proprietà dell'interferone standard a quelle del polietilenglicole (PEG), l'efficacia e la durata risultano ottimizzate. È necessaria una sola iniezione alla settimana;
  • La ribavirina è un farmaco antivirale sotto forma di capsule da assumere tutti i giorni. Come per l'interferone pugilato, la dose viene stabilita in funzione del peso.

Tuttavia, in alcuni casi possono essere previsti altri schemi terapeutici. Se il paziente presenta controindicazioni alla ribavirina, l'interferone pugilato o l'interferone standard possono essere proposti in monoterapia. Gli schemi di somministrazione dipendono dal genotipo, dalla carica virale, dalla tolleranza, dall'importanza della fibrosi e dalla presenza di coinfezione (in particolare da HIV).

Il 50% di pazienti guariti

Oggi, la biterapia permette di guarire il 50% dei malati. In realtà, l'efficacia del trattamento dipende dal genotipo del virus, ovvero dalle varianti particolari. Pertanto, il tasso di guarigione è dell'80% in caso di infezione dal virus di genotipo 2 o 3 e del 50% in caso di infezione dai genotipi 1, 4 e 5.

L'inizio del trattamento non richiede il ricovero ospedaliero. La prima prescrizione viene comunque effettuata da un medico ospedaliero di una struttura pubblica o privata. L'infermiera insegnerà al paziente le tecniche di iniezione sottocutanee di interferone che si somministrerà in seguito da solo. In genere, il rinnovo del trattamento avviene con cadenza mensile.

Effetti collaterali non trascurabili

Il trattamento presenta svariati effetti collaterali, spesso difficili da gestire quotidianamente. Per Michel Bonjour, Presidente dell'associazione "SOS Epatites" per la regione Franche-Comté, "il più difficile è il primo mese". All'inizio l'interferone può causare uno stato pseudo - influenzale: febbre, mal di testa, indolenzimento, poi dolori, perdita di peso, disturbi del sonno. Tuttavia, gli effetti più gravi sono i disturbi dell'umore: irritabilità, depressione. In qualche raro caso, l'interferone può provocare anche una disfunzione della ghiandola tiroide. La ribavirina causa invece un'anemia responsabile di stanchezza e respiro affannoso. La gravidanza è controindicata durante il trattamento con interferone.
Dal canto suo, la ribavirina causa un'anemia (diminuzione dei globuli rossi) responsabile di stanchezza e respiro affannoso. È anche controindicata durante la gravidanza.

Una seconda chance per i pazienti su cui il regime terapeutico non è stato efficace

Dall'ottobre 2007, la biterapia con interferone alfa-2b pugilato e ribavirina è anche indicata nel ritrattamento di pazienti su cui il regime terapeutico precedente non è stato efficace (con interferone pugilato o meno e ribavirina). Mentre il 50% dei pazienti è in fallimento terapeutico, questa nuova autorizzazione per la messa sul mercato (AMM) apre nuove prospettive di successo terapeutico. L'importante, infatti, è individuare le cause di fallimento della terapia. Questa estensione è stata ottenuta in seguito ai risultati incoraggianti di uno studio in cui si è dimostrato che oltre il 20% dei pazienti "con ricadute" o "non rispondenti" era stato guarito in seguito a questo secondo trattamento. Il Professor Thierry Poynard del reparto di Epato-Gastroenterologia dell'ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi invita quindi i pazienti a non perdere la speranza. A suo avviso, "non bisogna mai abbassare la guardia e combattere fino in fondo. È possibile salvare un paziente anche quando sembra essere tutto perduto!"
Oltre ai trattamenti che mirano a colpire direttamente il virus, non si trascureranno neppure i sintomi dell'epatite C come i disturbi della digestione o i dolori muscolari. Nonostante l'esistenza di numerosi trattamenti, quasi la metà dei pazienti non guarisce dall'epatite C. Quindi, come ricorda Michel Bonjour, Presidente dell'associazione "SOS Epatites" per la regione Franche-Comté, "la miglior cura è l'informazione e la prevenzione!".

In caso di sconforto, esistono associazioni in grado di fornire sostegno psicologico e consigli utili ai malati. In Italia, le ASL hanno attivato localmente numeri verdi gratuiti che è possibile chiamare per ricevere informazioni.

David Bême e Sarah Laîné

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16/05/2012

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