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L'ereditarietà dell'osteoporosi in menopausa

Tua madre ha subito una grave frattura? Fai valutare la tua densità ossea perché, pur non essendo una malattia ereditaria in senso stretto, esiste una predisposizione genetica all’osteoporosi che raddoppia il rischio nelle donne in menopausa la cui madre ha avuto fratture causate da questa malattia.

L'osteroporosi è ereditaria?
© Getty Images

Davanti alla rassegnazione nei confronti dell’osteoporosi, la Dott.ssa Karine Briot, reumatologa all’ospedale Cochin di Parigi, ricorda che rompersi un osso non è normale, anche in età avanzata, e che antecedenti di fratture nella madre devono far prendere in considerazione una densitometria ossea, presa in carico dal SSN.

Le fratture vertebrali, prime vittime dell’osteoporosi

Con l’allungarsi dell’aspettativa di vita, l’osteoporosi riguarda sempre più persone, perlopiù donne. Si stima che ne soffra il 39% degli ultrasessantacinquenni e il 70% tra gli ultraottantenni. La malattia si manifesta con una frattura grave, di ossa solide come il collo del femore, l’omero, il bacino o una vertebra. Secondo la Lega italiana osteoporosi onlus, nel nostro Paese ogni anno si contano circa 40.000 fratture dolorose delle vertebre (una volta chiamate fratture vertebrali da compressione), 60.000 fratture del collo del femore e 100.000 fratture del polso dovute all’osteoporosi.

“Ogni frattura risultante da una caduta della sua altezza deve far pensare a una fragilità ossea anormale”, avverte il Gruppo di Ricerca e d’Informazione sull’Osteoporosi (GRIO). Allo scopo di sensibilizzare il grande pubblico e le autorità riguardo a questa malattia sottovalutata, il gruppo organizza ogni anno una Giornata mondiale contro l’osteoporosi (il 20 ottobre) che serve a diffondere messaggi sulla prevenzione.

Dolori alla colonna vertebrale in una donna in menopausa o una perdita d’altezza elevata (oltre 3 cm rispetto all’altezza abituale) devono ugualmente allertare e portare a rivolgersi a uno specialista che possa emettere la diagnosi di osteoporosi, se questa viene riscontrata. Ancora sottovalutata dalle persone che ne sono affette, questa malattia non è affatto innocua. “Le fratture gravi si associano a un tasso di mortalità più alto entro 10 anni”, informa la Dott.ssa Karine Briot, reumatologa all’ospedale Cochin di Parigi.

L’osteoporosi, malattia multifattoriale

Sebbene l’osteoporosi non sia una malattia ereditaria nel senso stretto del termine, considerando che non vi è soltanto UN gene direttamente responsabile, ma che i fattori chiamati in causa sono diversi, sappiamo che antecedenti familiari di fratture raddoppiano il rischio di frattura osteoporotica in una donna in menopausa. “Anche una frattura in una donna di 85 anni non è normale e questo deve allertare la figlia e portarla a sottoporsi a una densitometria ossea”, avverte la Dott.ssa Briot. Si tratta di un esame che, con queste condizioni (donna in menopausa con madre con frattura del collo del femore), è totalmente preso in carica dal SSN, aggiunge la reumatologa. Quest’ultima raccomanda inoltre alle donne di accompagnare la propria madre alla visita in modo da affrontare con il medico i rischi che riguardano loro. “Durante il consulto, alla figlia, se presente, verranno forniti alcuni consigli, oppure si suggerirà alla madre di parlarne con sua figlia. Alla fine, probabilmente, la metà affronterà l’argomento”, ipotizza la Dott.ssa Briot.

Esiste un questionario semplice e veloce per stimare il proprio rischio di osteoporosi e identificare i fattori sui quali è possibile intervenire. I medici dispongono inoltre di uno strumento che consente di calcolare il rischio individuale su 10 anni, l’indice FRAX.

Come ridurre il rischio di osteoporosi?

Per ridurre il proprio rischio di osteoporosi, si può agire su due livelli: l’alimentazione e l’attività fisica. A livello alimentare, i consigli nutrizionali per prevenire l'osteoporosi , sono gli stessi validi per tutti spiega Karine Briot. Cioè: mangiare un po’ di tutto, garantirsi sufficienti apporti proteici per prevenire una sarcopenia (mangiando carne, pesce o uova tutti i giorni), e assicurarsi gli apporti di calcio in grado di soddisfare i fabbisogni quotidiani ma anche quelli legati a perdite dovute alla gravidanza, all’allattamento o alla menopausa. La reumatologa raccomanda di privilegiare le fonti naturali di calcio rispetto agli integratori alimentari, che in alcune donne potrebbero comportare disturbi digestivi.

Quanto all’attività fisica, sappiamo che questa rinforza lo scheletro giocando un ruolo nella conservazione della massa ossea. Secondo l’intensità e la frequenza della sua pratica, si può dunque limitare al minimo la perdita ossea. Correre o semplicemente camminare sono le attività più indicate, poiché rinforzano le ossa che sostengono le gambe e la colonna vertebrale. Invece, gli sport senza un impatto percepito dal tessuto osseo (come il nuoto, la bici o lo sci di fondo) in questo senso non hanno alcuna utilità.

Meno del 20% delle pazienti è curato per la loro osteoporosi

Nei casi di fratture giudicate gravi, deve essere prescritto obbligatoriamente un trattamento farmacologico perché le misure igienicosanitarie non sono sufficienti. Distinguiamo:

• Le cure che rallentano la perdita ossea, tra cui le cure ormonali sostitutive date in menopausa, il raloxifene, i bifosfonati;

• Una cura che stimola la formazione ossea: si tratta del teriparatide (Forsteo®, Eli Lilly Nederland), un ormone paratiroideo somministrato quotidianamente per via sottocutanea per un massimo di 18 mesi;

• Una cura che agisce sulla formazione e sul riassorbimento osseo, il ranelato di stronzio (Protelos, Servier). Viene prescritta in seconda intenzione alle persone che non sopportano i bifosfonati.

La scelta del trattamento non si basa su nessuna raccomandazione “ufficiale”, dipende soprattutto dalla sua modalità di somministrazione e al livello di osservanza atteso. Sappiamo che dopo un anno la metà delle pazienti interrompe la cura farmacologica. “In caso di dubbio sull’osservanza, si dà la preferenza alla perfusione unica e annuale di bifosfonati”, sottolinea la Dott.ssa Briot. Ma solo il 40% delle donne ripete ogni anno la stessa prassi.

Complessivamente, meno del 20% delle pazienti colpite da fratture gravi si sottopone a una cura. La colpa è da ricercare in una diagnosi non sufficiente, ma anche nella paura degli effetti secondari dei trattamenti. Eppure si tratta di una paura infondata, assicura la specialista, che afferma che, contrariamente a quanto si crede, l’assunzione di bifosfonati non presenta nessuna controindicazione per le cure dentali. “Gli impianti dentali sono sempre possibili”. Viceversa, vi sono troppe donne curate inutilmente, senza che la loro situazione lo giustifichi.

 

Amélie Pelletier

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15/01/2014

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