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Il punto sulla poliomielite

La poliomielite è una malattia virale contagiosa. La maggior parte delle volte l’infezione passa inosservata. Nello 0,5% dei casi, però, provoca paralisi invalidanti, a volte mortali. Prima che fossero messi a punto e poi largamente diffusi vaccini, la poliomielite provocava ogni anno nel mondo 500.000 nuovi casi di paralisi definitive, spesso nei bambini piccoli.

La poliomielite
© Getty Images

Oggi poche decine di migliaia di persone soffrirebbero delle conseguenze paralitiche della poliomielite. La sua eradicazione mondiale, lanciata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a partire dal 1988, si rivela però più difficile del previsto.

Il Prof Michel Rey, presidente della Commissione nazionale di certificazione dell’estirpazione della poliomielite, ci aiuta tracciare un approfondimento relativo alla situazione in Francia, facendo il punto sulla malattia, sulle sue conseguenze e sulla sua attuale situazione nei pochi Paesi al mondo che ne sono ancora contaminati.

Le grandi epidemie di poliomielite

La poliomielite esiste da due millenni, come testimoniano i disegni ritrovati su affreschi risalenti all’Antico Egitto. Per molto tempo la si è considerata una paralisi infantile, poiché colpiva soprattutto i bambini piccoli. Nel 1908 fu dimostrato il suo carattere infettivo mentre il primo poliovirus venne identificato nel 1949. Ne esistono di tre tipi. “La poliomielite è una malattia umana contagiosa inoculata per via orale. I poliovirus si moltiplicano nel tubo digestivo e vengono espulsi con le feci. Si trasmettono attraverso le mani o, in modo indiretto, attraverso l’acqua o gli alimenti contaminati”, spiega il Prof. Rey. Mentre in Europa, all’inizio del XX secolo, le condizioni igieniche miglioravano, i poliovirus infettavano sempre più adolescenti e adulti che non si erano mai imbattuti in questi virus da giovani, e quindi non ne erano diventati immuni. A quell’età, le paralisi sono più frequenti e più gravi che nel bambino.

In Francia, la poliomielite è sottomessa a dichiarazione dal 1936. Tra il 1949 e il 1961, furono repertoriati oltre 1500 nuovi casi ogni anno, con un picco di oltre 4000 nel 1957. La vaccinazione, resa obbligatoria nel 1964, ha fatto rapidamente diminuire queste cifre. Dieci anni dopo, la malattia era quasi del tutto sparita. “L’ultimo caso registrato in Italia risale al 1995, precisa il Prof. Rey. Si trattò di un giovane militare vaccinato male che aveva contratto la malattia in Costa d’Avorio”.

Il vaccino iniettabile è stato messo a punto nel 1953 a partire da un virus inattivato (vaccino Salk), poi si è passati al vaccino orale tramite virus attenuato (vaccino Sabin). Oggi nei Paesi industrializzati si utilizza una versione attualizzata del vaccino iniettabile, mentre nei Paesi in via di sviluppo si preferisce il vaccino orale.

Le conseguenze della poliomielite

La maggior parte delle volte, l’infezione dei poliovirus passa inosservata o quasi. Tra il 5 e il 10% dei casi si manifesta con sintomi pseudo-influenzali. Dopo una o due settimane, i virus di solito vengono eliminati. In alcuni casi, tuttavia, riescono a raggiungere il sangue, poi il midollo spinale dove si moltiplicano andando a distruggere alcune cellule nervose motrici. I muscoli corrispondenti non sono più in grado di contrarsi e danno così luogo a una paralisi “molle”, definitiva, che non comporta però la perdita di sensibilità.

Si osserva una paralisi quasi ogni 200 infezioni registrate. S’installa nel giro di qualche giorno e colpisce fondamentalmente gli arti inferiori, spesso in modo asimmetrico. Talvolta colpisce anche gli arti superiori e i muscoli del torace, provocando una sofferenza respiratoria potenzialmente mortale in assenza di rianimazione. Tra il 1949 e il 1989, in Francia sono rimaste paralizzate quasi 30.000 e 3200 sono decedute.

Michelle, 64 anni, ne fu colpita a quattro anni e mezzo nel 1953. Rimase ricoverata due mesi nel reparto di malattie infettive dell’ospedale Necker di Parigi: “Non potevo ricevere nessuna visita, a parte quella dei miei genitori. Alcuni malati stavano in “polmoni d’acciaio”, una sorta di botti metalliche molto rumorose che fungevano da respiratori artificiali”, ricorda.

Limitare le conseguenze della poliomielite

Dopo la fase critica, i malati venivano ammessi al centro di riabilitazione per recuperare quanto più possibile l’autonomia. Nella seconda metà del XX secolo, sono molti i genitori che si sono sacrificati per pagare queste cure. Michelle è rimasta per dieci mesi all’ospedale di Garches. “Sono arrivata su una barella e sono uscita sulle mie gambe. Facevamo molta riabilitazione in palestra o in piscina”. Di conseguenza, i suoi genitori hanno applicato alla lettera le raccomandazioni dei medici. “Mio padre mi faceva fare un’ora di “ginnastica” quotidiana sul tavolo della sala da pranzo. La notte portavo un busto di gesso e una striscia di metallo alla gamba sinistra per mantenere il piede...”. A scuola, all’età di 11 anni, invece di fare ricreazione, Michelle continuava i suoi esercizi e bagnava la gamba nell’acqua calda: “Mi chiamavano la zoppa”. Ogni anno tornava a Garches per i controlli o per sottoporsi a interventi ortopedici. Ricorda una chirurgia particolarmente dolorosa per allungare la gamba paralizzata che, a un certo punto, era cresciuta meno dell’altra: “Bisognava girare una vite tutti i giorni. Il dolore ogni volta era paragonabile a quello di un’amputazione”. Una volta terminata la crescita, i controlli s’interrompevano e veniva consigliato di restare fisicamente attivi. Michelle ha praticato a lungo la camminata, la bicicletta e il nuoto.

La sofferenza dei "sopravvissuti alla polio"

In Francia, ci sarebbero alcune decine di migliaia di persone che, come Michelle, sono sopravvissute alla poliomielite contratta prima dell’attuazione della vaccinazione generale. La maggior parte di loro si è battuta per portare a termine gli studi e conseguire un buon risultato professionale. Oggi, all’età di più di cinquant’anni, questi “sopravvissuti della polio” affrontano le complicazioni legate alle paralisi (deformazioni articolari, dolori, stanchezza...). Anche alcune articolazioni, inizialmente non colpite ma spesso molto (troppo) sollecitate per nascondere o compensare l’handicap, per esempio per camminare senza bastone, possono cedere. 
Alcuni scoprono la poliomielite solo in quel momento, come José, le cui spalle lo hanno bruscamente richiamato all’ordine: “Ho dovuto ridefinire la vita con l’handicap che credevo di essere riuscito ad addomesticare. È stato come scendere all’inferno. Ma la parte più difficile non è accettare gli aiuti tecnici in sé. La cosa più difficile è lo sguardo degli altri. Accettare gli aiuti che renderanno l’handicap sempre più visibile”.

Occorre allora riprendere la riabilitazione, meglio se in un centro specializzato, per beneficiare di una presa in carico globale e dei consigli di un’equipe pluridisciplinare (fisioterapista, ergoterapeuta...). A volte sono necessari un trattamento ortopedico e/o alcune attrezzature per gestire le proprie energie ed evitare di perdere completamente l’autonomia (ortosi per mantenere la caviglia, sedia a rotelle, ecc.). È inoltre consigliato adattare anche il luogo in cui si vive.

La sindrome polio

A 40 anni, diventata medico e madre di due bambini, Michelle ha iniziato a sentire i primi effetti dell’età e ha visto il suo stato di salute degradarsi progressivamente. Dieci anni più tardi, la situazione è diventata improvvisamente più critica. “Anche se fino a quel momento avevo camminato più o meno normalmente, non riuscivo più a fare 50 metri senza servirmi di un bastone. Dopo molte cadute, sono passata a lavorare part-time per questioni terapeutiche, poi ho preso un congedo malattia di lunga durata, e alla fine sono andata in pensione.”

Gli specialisti parlano di “sindrome polio”. Tre criteri sono sufficienti a definirla: nuove paralisi o un aggravamento delle paralisi fino a quel momento rimaste in sospeso, dolori e un grande affaticamento. Tutti sintomi che compaiono nel giro di qualche mese o qualche anno dopo un lungo periodo di relativa stabilità. Per eseguire una diagnosi di sindrome polio, il medico deve inoltre aver escluso ogni altra possibilità.

Per spiegare tutto ciò, alcuni specialisti ipotizzarono inizialmente la ricomparsa del virus, che sarebbe rimasto nell’organismo in stato latente. Oggi la maggior parte di loro ha abbandonato tale ipotesi. La sindrome polio sarebbe piuttosto legata a un affaticamento e/o a un’infiammazione delle cellule nervose motrici residue. Sono in corso alcuni esperimenti clinici per trovare una cura in grado di limitarne le conseguenze.

L'eradicazione della poliomielite ancora rinviata

Nel 1975 l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato il primo programma di lotta contro la poliomielite, mettendo in campo, in tutti i paesi in via di sviluppo, il programma di vaccinazione di massa che associa il vaccino polio orale ai vaccini iniettabili contro il tetano, la difterite, la pertosse e il morbillo. Poiché la malattia continuava a mietere vittime, l’OMS ha collaborato con altri attori per creare, nel 1988, l’Iniziativa mondiale per l’eradicazione della poliomielite (IMEP). L’obiettivo? Vaccinare tutti i bambini aggiungendo al programma di vaccinazione allargata campagne di vaccinazione di massa, e segnalare qualsiasi paralisi sospetta la cui attribuzione alla polio doveva essere confermata (ricerca positiva di poliovirus nelle feci dei paralitici). All’epoca venivano riferiti ancora 350.000 casi ogni anno nel mondo.

Inizialmente prevista per il 2000, l’eradicazione mondiale è stata rinviata prima al 2005, poi al 2010. Nel 2012, si registravano ancora 223 nuovi casi. Il Prof. Rey spiega: “Il rapido successo dell’eradicazione mondiale del vaiolo, confermato nel 1980, aveva suscitato molte speranze per quella della poliomielite. Ma il vaiolo era una malattia infettiva sempre ben visibile per via della sua spettacolare eruzione cutanea, la poliomielite, invece, è provocata da un’infezione spesso non riconoscibile. Sappiamo, inoltre, che alcune persone immunodepresse possono rimanere portatrici di poliovirus senza dichiarare la malattia ed essere contagiose per anni”.

La vaccinazione resta pertanto insufficiente. Il vaccino orale ha i suoi vantaggi, soprattutto il costo irrisorio (meno di 0,10 €) e la sua possibile somministrazione per qualunque volontario. Ma occorre ricevere almeno cinque dosi per essere immunizzati. “In alcuni Paesi dell’Africa e dell’Asia, alcune frange della popolazione hanno inoltre deciso di rifiutarla in seguito a un pettegolezzo secondo il quale il vaccino polio sia in realtà un’invenzione americana per sterilizzare le donne e trasmettere l’aids, prosegue lo specialista. Nel 2004, questa voce è stata ripresa dagli Imam integralisti, e ha dato origine a un’opposizione religiosa propagatasi nel mondo musulmano”. Dalla fine del 2012, in Pakistan e in Nigéria sono stati assassinati molti volontari.

È in questi due paesi e in Afghanistan che oggi i poliovirus continuano a circolare e a paralizzare i bambini. Quanto bisogna aspettare ancora perché vi sia una reale eradicazione della poliomielite, cioè la scomparsa definitiva delle paralisi dovute a questa malattia a livello mondiale? Pare siano necessari alcuni anni, tenuto conto che, da dopo la scoperta dell’ultimo caso, bisognerà pazientare ancora due anni.

La caccia al poliovirus continua

Nei Paesi industrializzati, la popolazione normalmente è vaccinata e dunque protetta contro eventuali virus importati. In Italia, il 98% dei bambini piccoli ha ricevuto tre dosi di vaccino antipoliomielitico iniettabile, molto efficace. Dall’ultimo caso importato nel 1982, non è stato scoperto nessun nuovo caso. Il Prof. Rey ricorda tuttavia di non abbassare la guardia: “I medici non vengono più formati per curare la poliomielite e molti pensano che sia ormai scomparsa dal mondo. Invece occorre pensare anche a questa malattia in caso di paralisi flaccida acuta e in caso di sofferenza respiratoria paralitica che necessita di rianimazione in un paziente che abbia recentemente soggiornato in un Paese ancora contaminato”.

Sapendo che il 90-95% delle infezioni passa inosservato, i poliovirus devono essere sorvegliati direttamente. In Francia, normalmente sono ricercati nei laboratori di virologia a partire da prelievi effettuati in malati ricoverati per affezioni respiratorie, digestive o neuro-meningee. Le stazioni di purificazione dell’Ile-de-France – in Francia è la regione più popolosa, con una forte proporzione di immigrati – procedono anch’esse ad analisi specifiche nei fanghi delle acque di rifiuto di circa dieci milioni di abitanti. Solo qualche virus-vaccino attenuato, quindi inoffensivo, importato da bambini vaccinati in un Paese del Sud è stato a volte riscontrato.

Audrey Plessis

Fonti principali:

- Intervista al Prof. Michel Rey, specialista in malattie infettive e tropicali al CHU di Clermont-Ferrand, presidente della Commissione nazionale di certificazione dell’estirpazione della poliomielite in Francia, membro corrispondente dell’Académie nationale de Médecine.

-4° congresso sulla poliomielite organizzato il 4 aprile 2013 dall’Assistance Publique - Hôpitaux de Paris (Mission Handicap-DPM) in collaborazione con il Réseau Polio Ile-de-France e altre associazioni di persone disabili.

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14/01/2014

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