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Vivere meglio con il proprio diabete

Nel 1921, la scoperta dell'insulina ha permesso ai diabetici di controllare la propria malattia. Nonostante questo progresso salvavita, i malati si sentono compromessi nella loro integrità fisica. Come conciliare attività quotidiane e controllo della malattia? Come imparare a "vivere con", piuttosto che "nonostante", il proprio diabete?

Vivere meglio con il proprio diabete
© Getty Images

L'intrusione del diabete nella vita di un malato ne sconvolge la quotidianità. Può fare insinuare l'angoscia della morte e modificare i rapporti con le persone frequentate abitualmente nell'ambito familiare, sociale e professionale. Il diabetico teme talvolta di vedere la propria identità ridursi unicamente alla propria malattia, poiché lo sguardo degli altri non gli rimanda altro se non l'immagine di un individuo minorato. Pare che il numero di depressi tra le persone diabetiche sia il doppio rispetto alla popolazione generale.

Un ospite indesiderabile

La malattia rappresenta una limitazione della libertà con una dieta rigorosa da seguire, una perdita di sicurezza (la paura della crisi ipoglicemica) e le complicanze imprevedibili che rendono il futuro incerto.

In un rapporto ambivalente, il trattamento del diabete di tipo 1 (un tempo detto insulinodipendente, DID) costituisce un'aggressione quotidiana, con l'iniezione di insulina tramite siringa, che assicura allo stesso tempo la sopravvivenza. Il malato si trova nella posizione di condannato a vita con pena sospesa.

Le vittime del diabete di tipo 2 (un tempo detto non insulinodipendente, DNID) devono invece fare i conti con un senso di invecchiamento precoce.

Comunicare l'esistenza della malattia e accompagnare il malato

Secondo i medici, l'annuncio della malattia al paziente segna un punto di svolta nella sua vita. "Una madre mi diceva a proposito del figlio: "era così piccolo", racconta il Prof. André Grimaldi, primario del reparto di endocrinologia e diabetologia presso l'ospedale de la Pitié Salpetrière.

Dal modo in cui verrà comunicata la notizia dipenderà l'accettazione della diagnosi. Il malato dovrà inevitabilmente porre fine alla sua vita "di prima", senza il diabete. Ma questo "lutto" non deve essere sinonimo di rinuncia.

Diabete di tipo 1 o 2: adeguare le proprie parole

Nel caso di un diabete di tipo 1, è possibile concludere un "contratto" con il malato al fine di obbligarlo ad accettare i vincoli terapeutici. Il Prof. André Grimaldi insiste sulla necessità di proporre immediatamente un trattamento ottimale e, soprattutto, di non arrivarci progressivamente, aggiungendo nuovi vincoli uno dopo l'altro. Il rischio sarebbe quello di indurre un senso di scoraggiamento nella persona diabetica.

Paradossalmente, forse, il lavoro di accettazione del diabete nella dinamica di elaborazione del lutto (perdita della salute) imposto dal diabete di tipo 2 è più laborioso. La mancanza di sintomi non permette ai pazienti di prendere coscienza della loro malattia.

È per questo motivo che è difficile fare in modo che accettino un cambiamento di stile di vita e i vincoli imposti dal trattamento. È importante sapere che il diabete di tipo 2 può anche richiedere un autocontrollo glicemico e un trattamento con insulina in caso di iperglicemia persistente. Ciò spiega i motivi per cui il personale medico ha abbandonato l'espressione "non insulinodipendente", a vantaggio di "diabete di tipo 2", non escludendo più l'eventuale ricorso all'insulina una volta comunicata la malattia.

Poiché il diabete è una malattia evolutiva, saranno necessari alcuni adeguamenti. "Da qui l'importanza di spiegare al malato sin dall'inizio il peggioramento progressivo del deficit secretivo di insulina e pertanto di parlare di questo ormone molto prima che sia giunto il momento di prescriverlo", spiega il Prof. André Grimaldi.

"Vivere con", piuttosto che "nonostante", la propria malattia

Il paziente deve affrontare un lungo lavoro di accettazione della malattia con l'aiuto del proprio medico e delle persone che gli stanno intorno.

È in primo luogo necessario che le rinunce precedenti vengano superate. Se nel paziente resta il ricordo di un'esperienza o di un evento vissuti male, consciamente o meno, avrà un blocco. Il sostegno di familiari e amici, oltre che una buona autostima, rivestono un ruolo cruciale.

Il personale medico deve a ogni costo evitare di cadere nell'infantilizzazione del malato, nella banalizzazione o nello sminuimento del diabete o, al contrario, nell'esagerazione, dipingendo le conseguenze come terribili minacce. Instaurare un rapporto di fiducia con il proprio medico permetterà di sviluppare un sodalizio efficace.

Il lavoro di accettazione del diabete nell'elaborazione dinamica del lutto (perdita della salute) può dirsi riuscito quando l'angoscia dovuta al rischio di complicanze gravi sparisce. In altre parole, quando la qualità di vita della persona diabetica è simile a quella che aveva prima dell'annuncio della malattia. I rapporti con il personale medico e con amici e familiari, associati a un adeguato controllo della glicemia, sono i migliori alleati del paziente diabetico.

Mathieu Ozanam

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04/12/2012

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