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Il trapianto di rene

Il trapianto renale è da vent’anni una grande opportunità per dimenticare l’obbligo di dialisi. Il trapianto di reni rappresenta, infatti, il trattamento scelto per coloro che sono affetti da insufficienza renale cronica, poiché è un trapianto che è in grado di restituire una normale funzionalità renale.

Il trapianto renale
© Getty Images

Come quasi tutti i trapianti, anche quello di rene consiste nella sostituzione di un organo malato con uno sano prelevato da un donatore. Effettuato per la prima volta (con la tecnica “attuale”) nel 1954 a Boston (Usa) dal dottor Joseph Murray – che per questo nel 1990 ottenne il Nobel per la medicina – ormai è da una ventina d’anni la procedura di scelta per coloro che soffrono di insufficienza renale terminale. A differenza di altri interventi affini, non è stata fissata un’età precisa oltre la quale non viene eseguito, anche se naturalmente è indispensabile che il ricevente goda di uno stato di salute e benessere generale.

Il trapianto di rene: come funziona?

Esistono due diverse tipologie di trapianto di rene: da donatore deceduto o da donatore vivente. Nel primo caso i riceventi degli organi disponibili vengono selezionati tra i pazienti in lista di attesa in base alla compatibilità sanguigna (gruppo AB0) e tissutale (HLA), alla classe di età e al tempo di attesa in lista. Nel secondo caso è in genere un familiare (anche non consanguineo) del malato a mettere a disposizione l’organo per il trapianto. Per il donatore il prelievo comporta gli stessi rischi di tutti gli interventi chirurgici in anestesia generale, ma non prevede per lui alcuna restrizione per quanto riguarda lo stile di vita o l'attività fisica, né interferirà con la sua aspettativa di vita, perché il rene rimanente sarà in grado di fare anche il lavoro di quello che è stato donato.

Per quanto concerne invece il ricevente, i cui reni malati saranno nella maggior parte dei casi lasciati in sede, questi potrà contare nuovamente su una normale funzionalità renale e tornare quindi anche a lavorare, purché segua scrupolosamente la terapia antirigetto, la cui interruzione o riduzione arbitraria rappresentano le principali cause di complicazioni per questo intervento.

In entrambi i casi la durata dell’intervento può variare dalle due alle quattro ore e, nella maggior parte dei casi, i reni riprendono quasi subito la loro funzione. Solo in alcune occasioni, in conseguenza a un danno subito dall'organo durante la fase di prelievo, o, nel caso di donatore cadavere, durante il periodo nel quale è stato conservato in soluzione fredda, può verificarsi un non funzionamento iniziale dovuto a quella che viene definita necrosi tubolare acuta. Il disturbo è però in genere reversibile entro una settimana, a meno che non intervengano altre complicanze, soprattutto infettive.

Benché l’esito del trapianto dipenda da diverse variabili complesse, si può dire che la sopravvivenza dell'organo è in genere migliore nei trapianti da donatore vivente: circa l’80% a cinque anni contro il 69%. 

Cecilia Lulli

Scritto da

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03/12/2013

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