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Il trapianto polmonare

Benché la prognosi a lungo termine non sia buona quanto per altre procedure, questo intervento si rivela quotidianamente utile per migliorare la qualità di vita di coloro che soffrono di malattie dei polmoni all’ultimo stadio.

Il trapianto di polmone
© Getty Images

Indicato per quasi tutte le malattie polmonari terminali non tumorali (dall’enfisema alla fibrosi fino alla sarcoidosi), a condizione che il malato non soffra di altre malattie che gli impediscano poi di seguire la necessaria terapia immunosoppressiva per il resto della sua vita, oggi il trapianto polmonare ha raggiunto un tasso di sopravvivenza di circa 90% a distanza di un anno e del 54% dopo cinque.

Come funziona il trapianto di polmone

Benché siano possibili trapianti polmonari bilaterali – indispensabili in presenza di infezioni croniche anch’essa bilaterali, per rimuovere interamente il serbatoio dell’infezione – e addirittura trapianti di cuore e polmoni, il più delle volte si preferisce eseguire il trapianto di un solo polmone, sufficiente a migliorare la salute di due malati a fronte di un unico donatore. Nonostante, infatti, il numero di questi interventi sia aumentato esponenzialmente dal 1983, anno del primo successo nel campo (se ne eseguono circa 1.500 l’anno), la carenza di organi disponibili è ancora un serio problema: si stima che un paziente su sei in lista d'attesa muoia prima di arrivare al trapianto.

Le possibili complicazioni del trapianto di polmone

Nonostante il sensibile miglioramento delle tecniche operatorie registrato nel corso degli anni, la prognosi a lungo termine non è ancora buona come per le altre procedure di trapianto, soprattutto per le innumerevoli complicazioni che possono presentarsi. Le due più frequenti a livello post-operatorio sono le infezioni polmonari e il rigetto. Quest’ultimo può essere di due tipi: acuto o cronico. A dispetto della terapia immunosoppressiva, il primo tende a presentarsi quasi invariabilmente, per lo più nei primi due mesi dopo il trapianto.

I sintomi principali sono febbre, tosse, respirazione difficoltosa. Fortunatamente, in genere, si ottengono buoni risultati somministrando alte dosi di cortisone per via endovenosa. Il rigetto cronico, definito bronchiolite obliterante, colpisce invece circa la metà dei pazienti a distanza di tre-cinque anni dall’intervento. La sua causa definitiva non è conosciuta e, purtroppo, non sembra rispondere alla terapia usata nel rigetto acuto. Normalmente si interviene, dunque, cambiando la terapia immunosoppressiva per stabilizzare la funzione del polmone il più a lungo possibile.

Cecilia Lulli

Scritto da

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14/11/2013

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