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Il trapianto di fegato

Benché resti un intervento complesso, oggi viene eseguito in migliaia di centri in tutto il mondo. Grazie alle tecniche moderne, un solo organo può salvare due persone.

Il trapianto di fegato
© Getty Images

Nonostante il primo trapianto di fegato risalga al 1963, questo intervento rimase nella fase sperimentale per tutti gli anni ’70 e, solo negli anni ’80, anche grazie al miglioramento dei risultati garantito dall’uso della ciclosporina, divenne un trattamento clinico standard. Oggi eseguito in migliaia di centri in tutto il mondo, la mortalità a tre mesi dall’intervento è pari al 15% e sale a circa il 20% dopo un anno, ma le percentuali sono in continuo miglioramento, benché l’intervento resti un’operazione complessa, che può durare da quattro fino a 15 ore.

Come avviene il trapianto di fegato?

È indicato per tutte le malattie croniche che provocano un malfunzionamento irreversibile dell’organo (con conseguente rischio di vita), purché il paziente non abbia altre patologie che pregiudichino la possibilità di successo del trapianto. A differenza di altri trapianti, quello di fegato può essere realizzato, oltre che con un organo proveniente da donatore cadavere, anche da donatore vivente. Inoltre, per sopperire alla carenza di organi disponibili rispetto alle necessità, è stata anche sviluppata la tecnica dello “split liver”, ossia la divisione del fegato del donatore in due parti, per consentire il trapianto su altrettante persone (nella maggior parte dei casi un adulto e un bambino). Questa procedura, in assenza di un fegato intero sufficientemente piccolo, diventa addirittura necessaria nei riceventi di piccole dimensioni. Anche solo una porzione di fegato è, infatti, sufficiente per entrambi i riceventi. 

Il rischio di rigetto

Come tutti i trapianti, anche quello di fegato necessita di una terapia immunosoppressiva, che viene iniziata durante l’operazione e dovrà essere continuata per tutta la vita. Fortunatamente i rischi si riducono con il passare del tempo, per questo i farmaci vengono ridotti da due o tre a uno solo dopo i primi sei mesi.
Nel caso si verifichi, il rigetto può essere di due tipi: acuto o cronico. Nel primo caso l’esordio è più evidente, con febbre, stanchezza, ittero. Si presenta all’incirca nel 25% dei malati ed è curabile nell’80% dei casi se riconosciuto precocemente. Il rigetto cronico compare invece più tardi, ma comunque nella maggior parte dei casi entro un anno dall’intervento. Si manifesta in genere con un incremento delle transaminasi e della GGT e si interviene con la somministrazione, in ospedale, di cortisonici per via endovenosa o, in caso di necessità, di farmaci ancora più potenti. Solo di rado la terapia risulta inefficace e si rende necessario un nuovo trapianto.

Cecilia Lulli

Scritto da

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03/12/2013

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