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Il trapianto del volto

Restituire un aspetto “normale” e la mimica facciale. È questa la promessa della scienza a chi, gravemente mutilato, è disposto a sottoporsi a questo intervento ancora sperimentale.

Il trapianto facciale
© Getty Images

È stata una donna francese di nome Isabelle Dinoire, il 27 novembre del 2005, a sottoporsi per la prima volta nella storia a un trapianto (parziale) di volto, dopo che il suo cane, l’anno precedente, le aveva letteralmente staccato parte del viso a morsi. “Sono tornata sul pianeta degli umani” ha dichiarato dopo aver ricevuto il triangolo naso-labbra-mento prelevato da una donatrice in stato di morte cerebrale.

Da allora, in quasi dieci anni, sono state effettuate oltre venti operazioni di questo tipo, sempre più complesse, fino ad arrivare a trapianti totali, come quello avvenuto nel giugno scorso, al Maryland Shock Trauma Center, negli Stati Uniti, dove al trentasettenne Richard Norris sono stati trapiantati viso, mascella e mandibola inclusi i denti e una porzione della lingua. Non solo, l’intervento ha incluso tutti i tessuti molli dal cranio al collo compresi i muscoli e i nervi che controllano le espressioni facciali, impegnando i chirurghi dell’Università del Maryland per ben 36 ore. Un’operazione assolutamente inimmaginabile fino a non molto tempo fa che, oltre a ridare un aspetto piacevole (il giovane aveva il viso completamente deformato in seguito a un incidente occorso con una pistola) mirava anche a ripristinare tutte le funzioni facciali. 

Il trapianto di volto: questioni etiche e psicologiche

Questa procedura si sta quindi espandendo e perfezionando e diversi team stanno studiando, a livello internazionale, altri interventi di questo tipo. Ma già in molti hanno avanzato un dubbio: è eticamente corretto procedere con trapianti come questo che non sono “salvavita”, ma mirano solo (si fa per dire) a miglioramenti funzionali e di tipo sociale per l’esistenza dei pazienti che vi si sottopongono? Certamente si tratta di operazioni complesse e se non è facile – anche a livello psicologico – affrontare il mondo con il volto gravemente mutilato, potrebbe esserlo quasi altrettanto convivere con quello di un’altra persona, benché sia la struttura ossea a determinare l’aspetto del viso e, quindi, le nuove sembianze non abbiano nulla a che fare con quelle del donatore. Ma stando alla gioia mostrata dai pazienti, sembra di poter dire che vale la pena tentare.

Cecilia Lulli

Scritto da

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21/09/2015

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