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Il trapianto di lingua

La lingua è tra gli organi più difficili su cui intervenire chirurgicamente. Di conseguenza, questo tipo di operazione presenta ancora molte incognite.

Il trapianto di lingua
© Getty Images

È un organo spesso sottovalutato (a volte nemmeno lo consideriamo tale), eppure la lingua è molto importante sia per la masticazione sia per la pronuncia delle parole. In particolare, è proprio dal movimento della lingua che dipende la capacità di articolare alcuni suoni. Ecco perché la medicina, nella sua evoluzione, ha preso in considerazione anche la possibilità di trapiantarla. Certamente ci troviamo ancora allo stadio della sperimentazione e questo tipo di intervento presenta moltissime incognite e problematiche da risolvere, ma è già stata tentato su un essere umano.

Era il luglio del 2003 quando un’equipe di chirurghi del Policlinico di Vienna guidata dai dottori Christian Kermer e Franz Watzinger ha effettuato il primo trapianto su un paziente di 42 anni. Affetto da un tumore maligno annidato tra la mandibola e la lingua (tra le sedi più difficili da operare a causa della presenza di molti vasi sanguigni), l’uomo ha accettato la proposta di sottoporsi a questo intervento mai tentato prima nella speranza di riuscire a vincere la malattia.

Attualmente, infatti, la procedura abituale prevede un’asportazione solo parziale della lingua e la sua ricostruzione con lembi di muscolo prelevati dall’avambraccio o dall’addome del paziente stesso, con risultati abbastanza soddisfacenti. Ma ritenuti non sufficienti contro il tumore in questione.

Le problematiche del trapianto di lingua

L’intervento, durato 14 ore, è riuscito, anche se il paziente in questione non ha mai recuperato totalmente le facoltà gustative. Tuttavia, pur avendo aperto le porte a nuove possibilità in campo medico-scientifico, ha anche dato vita a delle perplessità. Oltre all’incognita sul recupero delle funzionalità della lingua, una prima importante fonte di rischio è il fatto che quest’organo si trova a diretto contatto con l’esterno e quindi con agenti patogeni che rendono molto più alte lo probabilità di infezione. Inoltre, come per tutti i trapianti, anche in questo caso si rende necessaria una terapia antirigetto a base di farmaci immunosoppressori che, in caso di pazienti già affetti da tumore, potrebbe indebolire ulteriormente le loro difese. Insomma, la strada da percorrere in questo campo è ancora davvero lunga.

Cecilia Lulli

Scritto da

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16/12/2013

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